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Fine vita. Vescovi francesi: uccidere non è una cura

La Conferenza episcopale di Francia (Cef) pubblica una dichiarazione per dire no alla revisione della legge sul fine-vita e per ribadire, invece, l’importanza di tutelare ogni persona, in particolare i deboli e gli ammalati

“Uccidere, con la pretesa di invocare la compassione, non è in alcuno caso una cura”: è quanto scrivono i 118 vescovi francesi in una dichiarazione sul fine-vita, diffusa oggi. La nota episcopale arriva mentre nel Paese d’Oltralpe si discute sulla revisione della legge approvata il 2 febbraio 2016. Tale normativa vieta di proseguire, sui malati, i trattamenti ritenuti non necessari o sproporzionati e prevede una sedazione “profonda e continua” affinché, una volta sospesi tali processi, i pazienti siano accompagnati fino alla morte. In Francia ora si è acceso il dibattito affinché la normativa venga modificata in favore della legalizzazione dell’assistenza medica al suicidio e dell’eutanasia.

Implementare l’accesso alle cure palliative

Per questo, la Cef fa sentire la sua voce, esprimendo in primo luogo vicinanza ai malati terminali e sottolineando l’importanza delle cure palliative, “ancora non sufficientemente sviluppate”, poco conosciute e accessibili in modo impari nella società. Quindi, i vescovi elencano sei motivi per cui dicono no alla revisione della legge del 2016: innanzitutto, si fa notare che essa non è stata ancora applicata totalmente e che modificarla “significherebbe una mancanza di rispetto sia per il lavoro legislativo già compiuto”, sia per la necessaria opera di formazione del personale medico che la normativa stessa prevede. Occorre, quindi, “tempo, discernimento e delicatezza”.

La Chiesa non può trasgredire il quinto Comandamento

In secondo luogo, la Cef si domanda: come può la Chiesa “promuovere l’aiuto al suicidio o l’eutanasia” senza trasgredire il quinto Comandamento che dice “Non uccidere?”. Ciò rappresenterebbe “un segnale drammatico per tutte le persone fragili” che spesso si domandano se sono “un peso per i propri cari e per la società”. In terzo luogo, i vescovi francesi notano che affidare ai medici la pratica dell’eutanasia o del suicidio assistito è contrario al Codice deontologico della medicina e finisce per infrangere “il patto di fiducia” che unisce paziente e medico. Tale patto impedisce al clinico di “fare volontariamente del male all’altro e, ancor meno, di farlo morire”.

Non abbandonare i malati al silenzio della morte

Come quarta osservazione, poi, la Chiesa di Parigi sottolinea che la vulnerabilità delle persone in fin di vita “richiama un accompagnamento solidale e attento, non un abbandono prematuro al silenzio della morte”. Quanto a coloro che invocano “la decisione sovrana del malato” per sostenere le ragioni eutanasiche, i vescovi francesi rispondono – al quinto punto – che “le scelte personali hanno sempre una dimensione collettiva”. Se, dunque, alcuni decino di suicidarsi, “la società ha innanzitutto il dovere di prevenire tali gesti” estremi, piuttosto che pensare ad “una cooperazione legale al gesto suicida”.

Guardare all’esempio del “buon samaritano”

Infine, la Cef pone nota che se si reclama l’aiuto medico a morire, allora bisogna immaginare l’esistenza di “istituzioni specializzate nella morte”. “E di quali istituzioni si tratterebbe? Quali finanziamenti avrebbero?” chiedono i vescovi. Per questo, guardando all’esempio del “buon samaritano”, i presuli invocano, per i cittadini ed i parlamentari, “un sussulto di coscienza perché si costruisca sempre più, in Francia, una società fraterna in cui ci si prenda cura l’uno dell’altro”.

 

22 marzo 2018, 13:14