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Don Ivan Maffeis Don Ivan Maffeis 

La Santa Sede rafforza le sinergie con il mondo cattolico

Mons. Ivan Maffeis: abitare questo tempo chiede più di ieri formazione, chiede competenza. Una “fake news” a volte è legata semplicemente alla superficialità con cui noi raccontiamo un fatto

di Massimiliano Menichetti - Città del Vaticano

Hanno preso il via, in questi giorni in Vaticano, una serie di incontri formativi interni per teleradiocronisti, che vedono riuniti esperti e neofiti del mondo SpC. Ad aprire il ciclo, nella sede di Radio Vaticana Italia e Vatican News, mons. Ivan Maffeis, direttore dell'Ufficio Nazionale Comunicazioni Sociali della Conferenza Episcopale Italiana e consultore della Segreteria per la Comunicazione. Proprio mons. Maffeis ribadisce il significato profondo della sinergia tra la Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede e la Conferenza Episcopale Italiana: 

R. - Credo che la collaborazione viva di uno sguardo, viva di una condivisione profonda, del sentirsi partecipi di un progetto, dove non è semplicemente che ciascuno fa la propria parte per andare incontro all’altro, ma si sposa un progetto comune che è quello di essere a servizio della comunicazione del Santo Padre e quindi della Chiesa: partecipi della missione della Chiesa.

Informazioni, teleradiocronache, programmi liturgici: quanto è importante la preparazione e nello stesso tempo essere comprensibili, efficaci?

R. - Penso che i due scogli da cui dobbiamo guardarci siano, da una parte, l’improvvisazione - formazione vuol dire documentarsi, vuol dire scavare, vuol dire alimentare la memoria che è quella che offre poi le chiavi di lettura per collocare la notizia all’interno di un contesto più grande - dall'altra c'è lo scoglio del protagonismo, in cui è facile cadere. Ci serve invece, dopo aver approfondito, trovare quel linguaggio semplice, quel linguaggio vero che porta l’altro a seguirti proprio per l’autorevolezza che s’intuisce dietro le parole.

Accompagnare con immagini, suoni, parole, la liturgia cosa significa questo servizio?

R. - Significa, da una parte, fermarsi sulla soglia del Mistero. Noi, con la nostra comunicazione siamo a servizio della liturgia. Vuol dire rispettarne fino in fondo il ritmo, vuol dire conoscerla, vuol dire non andare mai con le nostre parole sopra il Mistero. E nel contempo accompagnare, accompagnare chi ci segue perché sia coinvolto nel Mistero perché la nostra voce, anche quando c’è, scompaia per dare possibilità alla Parola, al canto, all’immagine, di essere luogo: luogo simbolico che apre ad un oltre.


In questo tempo contemporaneo gli scenari della comunicazione e dell’informazione cambiano continuamente. Quali le sfide?

R. – Abitare questo tempo chiede più di ieri formazione, chiede competenza. Il Santo Padre all’indomani della sua elezione, nella prima udienza con i giornalisti - era il 16 marzo del 2013 - ha raccomandato loro tre cose: lo studio, la sensibilità, l’esperienza. Non stancarsi di approfondire, non stancarsi di coltivare un’interiorità, che diventa antenna che fa entrare in gioco quell’esperienza che non vive di improvvisazione, ma vive di un cammino, di un percorso fatto insieme, come squadra, fatto insieme come redazione, fatto insieme come progetto di Chiesa.

Nel messaggio per quest’anno il Papa torna a parlare delle “fake news”: i media vaticani, i media della Cei sono esenti dalle “fake news” o come si attrezzano per combattere le notizie false?

R. – Credo che da parte di nessuno di noi ci sia la volontà di costruirle, ma questo non basta perché a volte si può comunque contribuire ad alimentarle e a diffonderle. Una “fake news” a volte è legata semplicemente alla superficialità con cui noi raccontiamo un fatto, magari enfatizzandolo, magari sminuendolo. Credo che il ruolo che abbiamo, proprio per l’autorevolezza che c’è dietro le nostre testate, dietro la nostra esperienza di Chiesa, ci imponga ancora di più non solo di amare la verità, ma di attrezzarci per raccontarla.

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13 febbraio 2018, 07:24